News of the World (album dei Queen del 1977)

Nel 1977 l’era del glam-rock era ormai quasi ufficialmente conclusa. Basta barocchismi e arzigogoli musicali: da adesso si entrava nell’era del punk, dell’hard rock e dei primi germogli del metal. I Queen, oltre ad essere storia e leggenda della musica per i motivi che tutti sappiamo, hanno avuto due innati pregi: 1) Mai fare un album uguale ai precedenti, 2) Farsi inebriare e contagiare dalle mode del momento rielaborandole in chiave personale e rimettendole in gioco con la sapienza di 4 grandi musicisti non tradendo la loro essenza.

NEWS OF THE WORLD arriva in questo momento di transizione. Innanzitutto una svolta storica: finisce (almeno momentaneamente) la collaborazione con il loro mentore Roy Thomas Baker. Il gruppo decide di essere abbastanza maturo per autoprodursi e decide di controllare tutte le fasi di elaborazione di questo nuovo album.

Freddie Mercury, non evidentemente sazio di aver già regalato un monolite della storia del rock come Bohemian Rhapsody, tira fuori dal cilindro un altro asso di cuori come We are the Champions. Cosa sia e cosa abbia rappresentato questo brano inutile che lo si ricordi in questa sede. Quello che però molti non sanno è che il pezzo in questione era già stato pensato per essere incluso nel quarto album A NIGHT AT THE OPERA, ma fu incredibilmente scartato in quanto ritenuto non in linea con il resto del materiale. Il compare Brian May non vuole essere da meno e risponde con un altro inno da consegnare agli stadi intitolato We Will Rock You. Anche qui, più che soffermarsi sull’universalità del brano, una curiosità è che inizialmente esso era stato pensato come brano veloce e dall’andamento assolutamente punk, ma poi accadde che, in maniera del tutto casuale, qualcuno del gruppo cominciò a battere ossessivamente i piedi a terra e si notò che il brano calzava a pennello in questo ritmo quasi tribale. La registrazione del ritmo che si ascolta nel disco venne effettuata all’interno di una vecchia chiesa col pavimento in legno, utilizzando l’eco naturale della stessa. Tuttavia una versione del brano originale è possibile ascoltarla con regolarità in molti concerti fino al 1982, dove spesso è stata utilizzata come apertura, lasciando spazio alla versione più nota verso la fine. We Will Rock You e We are the Champions vengono lanciati subito come prime due tracce dell’album e verranno anche “sprecati” in un unico singolo dal doppio lato A, alimentando il mito della loro indissolubilità che verrà mantenuta anche nei concerti, dove verranno utilizzati come epica coda finale di ogni esibizione.

Il resto dell’album, pur non avendo la stessa lucentezza dei due singoli di traino è, come sempre, di ottima fattura. Brian May si regala due pezzi da voce solista: il primo con una romantica balata su piano dal titolo All Dead, All Dead dedicata al suo gatto, il secondo con il più classico dei blues intitolato Sleepin’ on the Sidewalk. Su quest’ultimo, spesso May avrà da ridire sulla bontà della composizione, rinnegandolo parzialmente in quanto a suo modo di vedere troppo retorico e scontato. Si riscatterà ampiamente invece con l’eclettica It’s Late, penultimo brano, dove tirerà fuori un riff da maestro che sosterrà una magistrale e melodrammatica interpretazione di Mercury.

Roger Taylor si concede un solo pezzo da voce solista nel brano Fight from the Inside, dove si anticipano alcune sonorità dance che verranno ulteriormente implementate nei lavori successivi, mentre duetta con Mercury in Sheer Heart Attack. Anche questo è un brano dalla lunghissima gestazione, tanto che sarebbe dovuto già comparire nel terzo disco di cui evidentemente condivide il titolo. Qui siamo in piena atmosfera punk, con velocità supersonica e chitarre iper distorte.

A John Deacon è come sempre richiesto di controbilanciare l’esplosività dei suoi compagni con delle composizioni dall’andamento più melodico. Ecco quindi che dalle sue mani viene tirato fuori il secondo singolo Spread your Wings, che è una potente ballata su un giovane che fatica a trovare la sua strada. Un secondo brano dal titolo Who Needs You sperimenta, cosa pressoché unica nello stile Queen, dei virtuosismi di chitarra classica in stile quasi spagnoleggiante.

Freddie Mercury invece ha sempre l’ingrato compito di esaltare la qualità generale con la follia del suo genio. A metà del disco troviamo un enigmatico pezzo intitolato Get Down, Make Love (che anni più tardi si scoprirà doversi intitolare in origine Get Down, Make “Head”, con tutti gli ambigui risvolti che si possono desumere) supportato da un ipnotico giro di basso di Deacon. A lui è demandata la chiusura con My Melancholy Blues che, a dispetto del titolo, strizza più l’occhio al jazz, nella quale si concede un’altra magistrale interpretazione voce e piano in stile pianobar.

Nel 2017, in occasione del 40° anniversario dell’uscita, verrà pubblicato un imponente box-set celebrativo con varie rarità, tra cui un brano dal titolo Feelings Feelings poi non utilizzato e varie sessioni embrionali dei brani inseriti nella tracklist finale.

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